Francesca Magnani/Photography
Maurizio
2008
Vieni ti prendo nei miei occhi. Fotografia di Maurizio Fiorino.
di Francesca Magnani

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi.
Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi si incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Italo Calvino, Le città invisibili

Giovenzio,
Se solo mi fosse concesso baciare i tuoi occhi di miele,
li bacerei tante volte… trecentomila magari.
Non ne sarei sazio mai. Neanche se fosse piú fitta,
la messe dei nostri baci, di un campo di spighe mature.
Catullo, carme 48


Interessi: loneliness. Comincia così il dialogo con Maurizio Fiorino. Navigando su internet ci si imbatte nel suo sito, nel suo blog, nel suo myspace, nei suoi video; raggiunge così centinaia di solitudini. Dallo schermo del computer al cuore di molti, che colgono la sua bellezza, e gli rispondono. Qualcuno manda una foto in allegato, prima tappa di un tragitto che li porta vicini . Dall’esiguità del messaggio online i due arrivano al confronto diretto, al faccia a faccia, e allo scatto, che per iI fotografo è poi sempre l’incontro con se stesso. E per Maurizio ancora di più.
Il principiante cattura ciò che non lo imbarazza: palazzi, paesaggi, la città. Solo poi si arrischia a guardare il viso altrui. Maurizio no, era già partito da sè, al di qua e al di là della lente.
Più di 10mila autoscatti, prima di rivolgere la macchina a un’altra faccia. Quello che voleva vedere era là, allo specchio/display. Vedere non solo, anche incontrare, capire, rappresentare e raccontare, come nel teatro dell’io, un io in evoluzione, un’identità da costruire, ma pure da provare e da gridare, una, nessuna e centomila, fusa e confusa, chiuso in camera con la sigaretta e la musica forte, o sperso nella folla della metropoli, dove non sei nessuno.
Ma Nessuno, qui dentro, è perfetto.

È così che il suo autoritratto “del fumo”, intenso ipnotico e maudit come Catherine Deneuve vampiro in The Hunger, comicamente nato in un pomeriggio di noia e scazzo a Bologna gira il mondo sul web, viene messo al muro a New York, viene comprato a una mostra a SoHo, ritorna a Crotone sul quotidiano, e riappare, inesausto, il mese scorso sulle pagine di GQ.
Maurizio by Maurizio può esser tutto: spericolato spavaldo aggressivo, “forse perchè i timidi, per parlare al mondo, hanno bisogno di passare attraverso lo scandalo o un grande clamore” .
E lui è tutto insieme: a Crotone in certi casi pareva audace, tra quelli che non osano partire, o indagarsi l’anima, ma a New York se prende freddo la sera e porta a tracolla un peso inaspettato gli viene il torcicollo che poi sua mamma al telefono si preoccupa. Faceva forse scalpore a sedici anni ballando al Moma sulla via per Capocolonna, a New York dopo un giro sulle montagne russe deve stare steso un giorno con la pomata antidolore, “come un vecchio”, dice lui, versione updated di Zeno che in un altro pomeriggio, solo a sentir parlare di una strada che non vuole percorrere, si fa venire le vesciche sotto i piedi.

Tutte le sue facce lui le ha viste, si conosce impavido in tutte le espressioni, tranne quelle che ancora non ha espresso.
Si conosce attraverso le esperienze ma anche grazie alle foto, nella sua particolare combination dell’imperativo di Delfi “conosci te stesso”, e di quello di Oscar Wilde “Sono solo le persone superficiali a non giudicare dalle apparenze; la forma è tutto, è il segreto della vita”.

Se “fotografare” significa “scrivere con la luce” le foto che abbiamo davanti raccontano una storia. Ragazzi di vita, lui li chiama, con ingenuità efficacia coraggio che solo la sua e loro età gli possono dare. Vita perchè sono nella sua vita: alcuni molto, altri poco, pochissimo, l’attimo del clic.

Nelle foto che abbiamo davanti dunque lo scatto non è più autoscatto. Ora, con Rimbaud, “Io è un altro”.

Dieci mesi fa, con l’arrivo in una seconda grande città (ché prima la metropoli era Bologna) Maurizio fa il salto in un altro paio d’occhi. Si tuffa nello stagno di Narciso, ma non vi affonda, lui in quell’acqua si muove bene.

Si dice che a New York camminando per strada ti senti solo, assoluto, sciolto da ogni vincolo, a mente nuova. Euforia a doppio taglio che può darti una spinta potente, ma può anche diventare alienazione. Ti senti subito a casa appena arrivi, perchè sei come tutti, vieni da fuori, e quello che riesci a fare da lì in poi sarà dipeso solo da te. Indipendenza che può diventare gabbia, chè se metti quella corazza di protezione dall’indifferenza, poi fatichi a levartela.
Si dice che l’identità esiste solo in coppia con la differenza: è l’altro che mi fa essere quello che sono. Nella grande mela metti in discussione tutto, perchè c’è tutto, e allora fatichi a definirti, la realtà proteiforme ti contagia, l’offerta incessante di modelli ti confonde. Ti devi chiudere, o farti trasportare.
Maurizio si fa trasportare. È solo, ma non è solo, perchè l’amore e il sostegno dei suoi lo accompagnano. Gli regalano la macchina fotografica.
“Usala come un’arma” gli dice il padre Carlo dandogliela in mano, e dandogli da vivere altrove, lui che sa cosa è la carne, e il sangue, e la carne della sua carne. Il figlio si arma, e armandosi conosce, con quella curiosità e apertura che gli è propria e che lo fa partire.
Amato e armato, alla conquista di sè, piccolo eroe romantico, giovanissimo werther in trasferta dalla magna grecia, va per quelle strade ignote con la canon.
Quando la perde, lasciandola al MacDonald dopo un pasto di carne macinata (destino ironico) appare sbilanciato, l’andatura ne risente.
Lo incontro all’angolo, mortificato allora sì solo, non lo riconosco. Solo una pizza lo tira su.
“Usala come un’arma” gli aveva detto il padre, sancendo e validando in quel modo il suo viaggio. Un ordine forte come un augurio, come negli oracoli che racchiudono già all’inizio lo scorrere e il compimento della storia.
“Usala come un’arma”, detto in cucina a Bologna, ambedue estranei all’inglese, che nel verbo “shoot” unisce “scattare un foto” e “sparare un colpo”.
I colpi che Maurizio spara sono un colpo al cuore, un colpo di grazia, e lo stupore di un colpo di fulmine.

I paesaggi conversano coi ragazzi, pascoliani “stracci di nubi chiare” che danno respiro e ritmo alle immagini. Azzurro del cielo e azzurro degli occhi nuvolosi di Ryan. Binari e rete elettrica, e lo sguardo di Peter che sa irretire, e diventare un segno che non passa mai.

Nessuno sorride in queste foto, sorride Maurizio, con le fossette e gli occhi socchiusi.
Questi ragazzi questa pelle, sfoggio e vanto di giovinezza, lui li ricerca e riconosce per aver provato amato preso a morsi.
Ce li presenta e noi ne scopriamo il viso, visum ciò che si vede, ma anche persona, maschera da togliere, occhi da scoprire.
Il suo sguardo scruta, ma senza voyerismo. I ragazzi sono belli ma anche possibili perchè lui stesso è quella bellezza, piena di serietà e mistero ma che poi sa spiccare il volo con leggerezza.

Un morso senza rimorso, dall’oceano al mare nostrum, un colpo senza sensi di colpa, un colpo d’occhio che diventa un battito d’ala, una gabbia che diventa un gabbiano, sotto il sole a Coney Island come sul lungomare a Crotone.



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